In occasione del Natale, mio cugino Lorenzo mi ha prestato “La fiamma rossa”, libro contenente una selezione dei più bei articoli scritti da Gianni Mura per la “Gazzetta” e per “Repubblica” come suiveur del Tour de France. Un bellissimo pensiero: non solo la prosa di Mura dimostra come non sia esagerato definirlo uno dei migliori giornalisti italiani degli ultimi cinquant’anni, ma il capitolo “Gli anni di Indurain” mi ha portato alla mente alcuni fra i più bei ricordi della mia infanzia. Erano gli anni in cui io e il cuginetto ci eravamo appassionati visceralmente al ciclismo, certamente agevolati in questo non solo dalla bellezza dello sport in sé (i ciclisti si prestano magnificamente all’epica), ma anche dal fatto che i primi anni Novanta videro il fiorire di una generazione di campioni che dominarono gran parte delle corse, per lo meno quelle di un giorno. Lo spirito di emulazione, unito a un po’ di sana competitività, ci portarono a collezionare tappi di bottiglia, che rivestivamo con divise disegnate da noi stessi, con i quali ricreavamo le grandi classiche e i grandi Giri, inventandocene anche alcuni e in alcuni casi organizzando anche tanto di premiazioni. Naturalmente le discussioni si sprecavano: se giustamente mi veniva fatto notare che Cipollini non poteva certo andare in fuga su un improvvisato Pordoi (“si stacca sui cavalcavia!Un po’di realismo!”),ricordo immotivate e inspiegabili trattative su chi dovesse avere l’onore di annoverare nel suo team Gusmeroli , le puntuali squalifiche inflitte a Abdujaparov per scorrettezze in volata, cosa che avveniva anche nella realtà appagando il desiderio di realismo del cuginetto, ma mandandolo in bestia perché Abdu “correva” per la sua Lorenzsport, vittorie francamente assurde (“Breukink in volata infila Bontempi e Martinello”, evento possibile solo se l’olandese avesse sparato ai due rivali) . Queste diatribe erano nulla in confronto al vero dibattito che si scatenava fra di noi all’epoca: Bugno o Chiappucci? Io parteggiavo per Bugno. Comincia a seguire il ciclismo con cognizione di causa nel 1990, Bugno trionfò nella Milano-Sanremo, classicissima d’apertura; inevitabile affezionarsi al vincitore. In seguito il monzese dominò il Giro d’Italia vincendo tre tappe e indossando la maglia rosa dalla prima all’ultima tappa, impresa riuscita solo a gente del calibro di Binda, Merckx e Girardengo,conquistò la Wincanton Classic, la Coppa del Mondo, e giunse terzo al Mondiale in Giappone. Nello stesso anno, Chiappucci folgorò il cuginetto: fu protagonista al Tour, entrando in una fuga bidone in una delle prime tappe, conquistando la maglia gialla sulle Alpi e tenendola per otto giorni, venendo superato solo nella penultima tappa, una cronometro, dall’americano Greg LeMond e terminando secondo. Tanto bastò per iniziare una guerra dialettica che non ebbe esclusioni di colpi: Bugno aveva classe e vinceva spesso, Chiappucci arrivava secondo con le frequenza con cui Bugno terminava le tappe a braccia alzate, ma infiammava le folle con i suoi attacchi sorprendenti, a volte sconfinanti nell’assurdità tattica. Chi era il migliore dei due? Il 1991 iniziò bene per l’omino di Uboldo, che vinse la Milano – Sanremo, cosa che mi venne fatta pesare con notevole spreco di fiato, per lo meno fino a che Bugno non diventò campione d’Italia (con Chiappucci terzo) esaurendo temporaneamente le capacità fonetiche del congiunto. Le tre tappe del monzese a Giro per Lorenzo non bastavano: Chiappucci era arrivato secondo, Bugno quarto nella classifica finale. “Il secondo è il primo degli ultimi” feci notare con perfidia, che mi si ritorse amaramente contro un mese più tardi, quando Bugno arrivò secondo nel Tour e Chiappucci terzo, entrambi avevano vinto una tappa e dovetti accettare, con malcelata riluttanza, che il match fra i due era finito pari. Così le vacanze insieme in Austria, con internet di là da venire, scorrevano fra l’attesa febbrile della lettura di alcuni per noi illeggibili quotidiani in tedesco (forse “Der Kroner Zeitung”?), nelle quali si potevano guardare i risultati di alcune corse inspiegabilmente ritenute minori dai cronisti. E quindi il successo di Bugno in una Vuelta a Burgos fu salutato con un fervore assolutamente immotivato e fuori luogo per chiunque, tranne che per noi. La classica di San Sebastian assurse al rango di Classicissima, immediatamente dopo che Bugno tagliò il traguardo a braccia alzate (parentesi: anche questo trionfo mi si ritorse contro, quando nel ’93 lo vinse Chiappucci e per giustificarmi usai un perifrasi, “mi hai frainteso”, che sarebbe stata più volte ripresa negli anni a venire da un politico piuttosto noto… avessi avuto il copyright, a quest’ora avrei i soldi della Lario). E infine giunse il Mondiale, vinto con uno sprint angosciante su Rooks. Il cuginetto aveva ben pochi argomenti per ribattere alla mia tesi sulla superiorità del campione di Brugg: oltretutto BiciSport, mensile al quale avevamo riconosciuto con magnanimità doti di competenza che potevano rivaleggiare con le nostre, certificava il primo posto di Bugno nella classifica mondiale dell’UCI. Questa sbornia di titoli la pagai duramente nel 1992.Chiappucci collezionava senza sosta secondi posti ovunque, al Giro, al Lombardia, a San Sebastian, al Tour. Bugno puntò tutto sul Tour, e sostanzialmente fallì, arrivando terzo (all’epoca eravamo in piena era Indurain). Il 18 luglio 1992 la nemesi: tappa Saint-Gervais – Sestriere, arrivo in quota. Chiappucci è epico, va in fuga quando mancano 223 km al traguardo,si scrolla di dosso i compagni d’avventura uno dopo l’altro,  accumula minuti di vantaggio sul gruppo dell’eterno vincitore Indurain; quand’ecco che arriva l’attacco di Bugno, che si trascina dietro il campione spagnolo. Fu la fine dei sogni di Chiappucci, ma anche la mia. Perché l’azione di Bugno portò vantaggi solamente a Indurain, e perché in famiglia esplose il dissenso: mio zio imperversava richiedendo di tornare alle squadre nazionali, cosa romantica ma leggermente anacronistica, il cuginetto lamentava che senza quell’attacco scriteriato, Chiappu avrebbe conquistato la maglia gialla, e forse anche il Tour, mentre vinse “solo” una tappa storica, con gli ultimi 126 km di fuga solitari, un’impresa che gli porterà paragoni con Coppi. Le mie giustificazioni (“ma aveva puntato tutta la stagione sul Tour”, “dai, a cronometro Indu se la mangia a colazione”) venivano considerate deboli o campate in aria, e l’impresa del Sestriere mi avrebbe perseguitato per anni: a Natale 2010, durante una discussione su Cadel Evans, dal nulla il sordo rancore covato per lustri trovò espressione nel sibilo : “se quella volta,nella tappa del Sestriere, il tuo Bugno…”. Erano passati 18 anni; non gliela perdonerà mai. Volendo far sfoggio di onestà intellettuale, ammetterò che Bugno fece abbastanza schifo anche nel proseguo della stagione, con un inaspettato colpo di coda però, quando fece suoi il Giro dell’Emilia, il Giro del Lazio, ma soprattutto il Mondiale a Benidorm, per la seconda volta consecutiva. “Tutto merito di Perini (all’epoca compagno di squadra di Chiappucci), l’ha portato lui fino alla volata!” la frase con cui Lorenzo celebrò l’impresa. Gli anni che seguirono, videro il lento declino di entrambi i nostri beniamini: Bugno abbandonò le velleità sul Tour e si dedicò più che altro alle corse in linea di un giorno, ottenendo qualche lampo isolato, come un Fiandre, qualche tappa al Giro, un paio alla Vuelta, un titolo italiano e qualche altra corsa di minore importanza. Chiappucci ebbe lo scorno di arrivare per l’ennesima volta secondo ai Mondiali del 1994, in casa, ad Agrigento, e vinse una tappa al Giro e una al Tour, continuando per il resto la sua collezione di piazze d’onore, ma non arrivava più nemmeno secondo, limtandosi a terzi e quarti posti. Entrambi furono fermati dall’antidoping, Bugno per caffeina, Chiappucci per ematocrito troppo alto (due volte): anche questo naturalmente fu carburante che ravvivò il fuoco delle nostre discussioni. Il post carriera fu gestito in maniera diversa da entrambi: Bugno prese la patente da pilota di elicotteri, con i quali segue le tappe del Giro , e attualmente presiede l’Associazione dei corridori. El Diablo Chiappucci partecipò a un reality, che non seguii per nulla, fino a che lessi che arrivò, per l’ennesima volta nella sua vita, secondo. Potevo lasciarmi scappare l’occasione?

Provo sincera nostalgia per quelle discussioni: entrambi attingevamo a piene mani al serbatoio dell’ironia, e potevamo essere diabolicamente perfidi, ma la nostra cattiveria era sempre ricoperta d’affetto. Non fosse stato così, difficilmente avremmo raggiunto la maggiore età parlandoci ancora: questionavamo su tutto, anche su ciclisti mai visti all’opera per ragioni anagrafiche. “Coppi era un mito!” “Sicuramente, ma Bartali ci salvò dalla guerra civile il giorno dell’attentato a Togliatti, vuoi mettere?” “Gimondi era un fuoriclasse!” “Indubbio, ma di Merckx ha visto soprattutto la schiena.” “Il ciclismo è fatto di poesia, viva gli scalatori!” “Conta chi figura negli albi d’oro!”, e via dicendo. Anche su Pantani avevamo visioni diametralmente opposte: io ero fra i pochi che non lo potevano soffrire. Pur concedendogli l’onore del mio tifo, spinto dal mio patriottismo, detestavo lui, papà FerdinandodettoPaolo (perché?), e mamma Tonina, e il chiosco delle piadine, e la bandana, e che palle! Lui naturalmente lo adorava; e mi parlava di cose indubbiamente vere, la parabola dell’uomo che sa risorgere dai suoi infortuni, la capacità di soffrire in salita, la vittoria dello sgorbietto contro atleti ben più prestanti di lui, ma che non facevano breccia in me, e facevano sì che gli preferissi Gotti (ok, lo so, il paragone è improponibile, è come preferire i Pooh ai Rolling Stones, ma che ci posso fare?). Il dualismo per me rimarrà però sempre quello fra Bugno e Chiappucci,e non troveremo probabilmente mai un punto d’incontro, in quanto io continuerò a elencare le vittorie di Bugno con precisione certosina e lui ribatterà magnificando la poesia dell’eterno secondo capace di scaldare i cuori con le sue imprese.